lunedì 22 ottobre 2007

La marcia senza suono

cine-racconto del corteo del 20 ottobre a Roma

Le ragioni erano chiare a tutti. Inutile girarci attorno.
Il grande dilemma della giornata, l’unico, è se portarsi o meno il giaccone pesante. Se la temperatura non cala di botto, si rischia di marciare per chilometri con un fardello in braccio; se invece precipita, si rischia il congelamento.
Sappiamo di militanti lucani col cappello rosso, operai veneti dietro striscioni corazzati, attivisti con la bandiera della Cgil, uno con quella dell’Unione. Sentiamo le loro argomentazioni da giocoliere sui trampoli: “Non siamo qui contro il governo, siamo qui per dargli una mano”, “Vogliamo renderci visibili all’esecutivo”, “Siamo i migliori alleati Prodi, i franchi tiratori sono altrove”. Per quanto ci riguarda non abbiamo dubbi o fremiti di coscienza. Questo governo ha fallito in tema di mercato del lavoro (e non solo). Non poteva essere altrimenti, non abbiamo mai avuto pie illusioni al riguardo. Siamo precari della scuola, delle Coop “rosse”, della stampa; o di tutto il resto messo assieme: precari universali, a tutto tondo, beni fungibili nell’era della flessibilità globale. Identità col punto di domanda. E non ci interessa molto – come invece sostiene Vauro – del precariato di Prodi e Mastella. È con spirito conflittuale che scendiamo in piazza, perché non ci sta a cuore la sorte di nessun governo. Non ne abbiamo di amici, da quel versante.

Partono quattro pullman. Nel nostro c’è persino la tv. Viaggiamo gratis, senza contributi volontari. Non ci capita da tempo immemorabile. In altri frangenti della convulsa vita della sinistra di piazza e di palazzo, per aggregarci a sbafo alle manifestazioni nazionali c’era da dare il nome falso. E a volte ricorrere alla plastica facciale, al travisamento dei connotati. Stavolta l’aria è diversa. Siamo accolti nel pullman di Rifondazione. Viaggiamo con gli studenti dei collettivi universitari, con pezzi di Arci e PRC. C’è anche una troupe televisiva. Non ci intervisterà, ma fa niente. Ci è andata di lusso.
Sanno come la pensiamo in tema di desistenze a perdere. Ma capiamo subito che lo sforzo organizzativo è molto più che formale. La sensazione diventa netta, fisica, in piazza Esedra, già dalle 13. C’è tanta gente. La “sinistra radicale” ha dovuto aggirare trappole e vuoti mediatici, buchi dell’informazione difficili da rattoppare. E sta gremendo il suo corteo, sopperendo con una macchina organizzativa degna di tempi migliori ai limiti di propaganda. Si stanno giocando tutto, non c’è bisogno d’essere analisti per capirlo. Lo strappo del 1998 – quello bertinottiano – aleggia ancora nelle coscienze remote dei militanti. La rabbia è trattenuta. Una ragazza sfila con un cartellone che riecheggia Kissinger: “è un governo di merda, ma è il nostro governo”. Posizioni schizofreniche, ridicole, se non si sa leggere lo stato d’animo complessato di questo popolo. Lo hanno accusato d’aver accoltellato Prodi una volta, ed i sensi di colpa sono cresciuti a dismisura. Adesso lo punzecchiano, lo provocano, mostrano le scapole del leader in attesa del bis delle Idi di marzo. Lo stesso leader fa di tutto per farsi abbattere. La tentazione è grossa. Moventi e alibi sono già pronti. Ma si rischia di scontare tutto in una rata sola. Ed è gente troppo abituata a ragionare in proiezioni elettorali per non rendersi conto di quanto suoni patetica l’inconguenza di essere al governo e manifestargli contro; troppo avvezza a misurare la popolarità delle proprie tesi in scranni parlamentari per comprendere la vigliaccheria di un partito che fa indire cortei al proprio giornale e non presenta alla piazza un solo ministro. L’unica via d’uscita è la federazione delle sinistre, diciamo ad alcuni compagni. La fontana inonda d’acqua i presenti. Fa caldo, per la gioia di quelli che non hanno portato il giaccone. L’unica via d’uscita è un anno sabbatico, un manifesto programmatico con Verdi, mussiani, sinistre critiche, anticapitaliste, antiliberiste. Una forte politica di adesione dal basso, di militanza sul territorio, di proliferazione di luoghi e sezioni. Di sicuro ci si destina a trent’anni d’opposizione parlamentare, e ci si può scordare l’odore del potere. Ma l’essere minoranza alla Camera non impedisce d’essere maggioranza sociale nel Paese. O, quanto meno, di poter vantare la maggioranza degli attivi, nelle strade.
I compagni ci guardano stralunati. “Siamo felici che a dire certe cose siate proprio voi...”.
“Ma noi lo diciamo per voi. A noi che ci frega”.

Il corteo è formato. È possente. È immobile. I più furbi tentano di divincolarsi, aggirando i blocchi.
Noi siamo dietro: “L’unica sarebbe costringere tutti a girarsi e diventare testa del corteo”, annunciamo ad un sindacalista delle ferrovie. “Noi potemo divetà solo teste de cazzo!”, replica quello. Autostima alle stelle. Ride, ridiamo tutti.
L’ingorgo tra via Cavour e piazza della Repubblica è micidiale. Non si respira.
Ci sono quelli dell’Orsa, i precari dei traghetti di Messina, gli omosessuali sardi (con tanto di bandiera ad hoc).
In via Cavor possiamo stendere lo striscione: “Vita precaria, Lotta continua”. In tanti annuiscono. Altri si domandano se non vi siano, tra le pieghe della federa, implicite incitazioni alla rivisitazione storica. Volantiniamo. Alle transenne capita a tiro un operaio anziano, con tanto di cappello alla peruviana. L’occasione è ghiotta, gli sguardi si incrociano: “Dai, che stavolta ce la facciamo a mandarlo a casa”, gli dico. Quello ha un fremito, trasforma il sorriso in ghigno, mi guarda come un barbaro. S’allontana con la schiena che è tutta un brivido. Da lontano si gira a guardarci, come per assicurarsi che siamo veri. Non può crederci. Mostri.
La testa del corteo è ferma al semaforo, giù. Qualcuno dà voce alle proprie aspirazioni e la considera già in San Giovanni. Uno del servizio d’ordine della Fiom ci chiede d’accelerare il passo. La prima, la seconda, la terza volta. Scoppia il diverbio: è convinto che siamo noi a bloccare il tutto, ad impedire il lieto svolgersi della passeggiata in centro. Potere jacobino. Prima gli urliamo in testa qualcosa, poi gli spieghiamo con le buone che abbiamo ben compreso il suo bisogno di dare visibilità allo spezzone metalmeccanico, ma che in piazza ognuno si prende gli spazi che occupa.
Ci muoviamo. Attraversiamo una città levitante, infreddolita e indifferente. Una coppia di giapponesi si informa, “Communist Party” replica il venditore di gadget. Migliaia di persone marciano compatte, qualcuno si cordona pure, ma da nessuno schieramento s’alzano slogan. Un fiotto isonorizzato. C’è troppa malcelato timore: far scattare un coro significa affermare o avversare qualcuno o qualcosa. E cosa afferma il popolo della sinistra “estrema”? Contro chi osa schierarsi, oggi? L’ossessione politica e una, una soltanto: qualunque sgarbo è un favore a Berlusconi. Ci penso e ci ripenso da anni. Tutti noi lo facciamo spesso. Sono già tredici anni che questo spauracchio limita la libertà d’espressione dei compagni istituzionali. Ma senza polizia politica (quella è troppo impegnata a vedere “terroristi” tra chi inneggia alla lotta di fabbrica, come a Melfi). Con la semplice presenza in potenza. S’avvia al ventennio, questo spaventapasseri. E una tattica cieca costringe a dissimulare i pensieri, a nascondere gli istinti più razionali, dietro una cortina di frasi opportune che rasentano l’opportunismo. Mentre i fascisti si definiscono “futuristi” e – nel nome del precariato – dipingono di rosso la fontana di Trevi, raccogliendo unanime consenso popolare. Una brutta crisi semantica.

All’altezza di Santa Maria Maggiore il corteo si dirada. Si respira vento gelido. Adesso i giacconi servono sul serio. I fotografi notano lo striscione. Lo immortalano col sorriso. Sembra una benedizione poter fissare sulle digitali questi residui circensi. Noi parliamo d’altro, ormai il fenomeno della sinistra in marcia non ci interessa più. E tantomeno l’inseguirsi di cifre. Dicono 150mila, i più cauti. La questura, da qualche tempo, non si esprime più. Noi riteniamo la cifra azzardata, ma non abbiamo parametri di valutazione. I napoletani battono sui tamburi e chiedono “lavoro”. I sardi (sempre loro) che la Nato abbandoni l’isola. Il camion degli studenti medi intona “Bella ciao” in tutte le varianti possibili, dagli Zebda ai Modena City Ramblers. I ragazzini e le ragazzine saltano e ballano, mettono in scena il solito carnevale festaiolo. Ci si domanda, stavolta al limite dell’irritazione, cosa cazzo ci sia da ballare sulla sepoltura di un partigiano. I più assennati chiosano: “Sono ragazzi”, ma io non riesco a smettere di guardare con disprezzo quello spettacolo della natura. Ci sono altri due camion muniti di casse. Ma sembrano tacere, ovattati. Le bandiere dei Comunisti Italiani sventolano all’unisono. Marco Rizzo si fa i vasconi ai margini della fiumana. Su via Merulana c’è una cappa di gelo, Nichi Vendola ci passa accanto. Gli vorremmo chiedere come mai non ha regolarizzato la posizione dei precari che lavorano presso le cooperative che servono le Asl pugliesi. Ma non facciamo a tempo a raggiungerlo. Si intravede San Giovanni, col palco. Sembra il Primo maggio. Sospiriamo all’unisono. Chi porta lo striscione è ormai ibernato. Non ci avviciniamo neppure al grosso degli spettatori dello spettacolo di Ulderico Pesce. Sostiamo, bivacchiamo. Sarebbe bello, ci diciamo, assistere agli scossoni interni, ai dibattiti nei partiti, per capire cosa cambia – se cambia qualcosa – nella strategia politica del futuro prossimo. Ma a Foggia non sarà possibile. Rifondazione non esiste più da tempo. E poi, comunque, rimarremmo delusi. Non cambierà nulla. Quel che ci circonda è pura fiction, un atto di forza mediatico. Non ci pentiamo: era importante esserci, distribuire i nostri volantini, far conoscere a tanti sconosciuti le nostre condizioni, le nostre posizioni, fermarci a parlare, a consigliare, a criticare. Quel che dovrebbero fare sempre (e che non fanno mai) i centri sociali della capitale, se vogliono sfuggire alla compiaciuta e compita autoghettizzazione. Il “Ponte della Ghisolfa” entra nella piazza. Ripristinare il blocco autonomo, in coda ai cortei ufficiali, con le proprie dirompenti argomentazioni: di questo sentiamo un gran bisogno. Perché aldilà delle facili etichette, in piazza c’è gente in carne ed ossa, precari veri. Ed è quanto meno dissonante farsi paladini conto terzi di un’idea di principio senza praticarne le contraddizioni reali. Nella piazza entra di tutto. I “Radicali di sinistra”, un circolo “Carlo Pesacane” di Rionero che latineggia Hobbes (“Pacta sunt servanda”), quelli che contestano le basi militari. Ascanio Celestini racconta dell’Atesia. Noi dobbiamo tornare al parcheggio dell’Anagnina. Abbracciare i compagni che sono stati con noi, quelli che restano e quelli che partono per altre destinazioni. C’è tempo per un kebab. E per un paio di considerazioni ancora sul bisogno forsennato di non lasciare che altri spieghino al popolo che non è affatto costretto a subire ricatti per una vita. Un gruppetto esulta all’imbocco della metro: ha pareggiato il Napoli. La tv ci comunica che eravamo un milione. Nel pullman qualcuno commenta: “Un tempo ci accontentavamo di 200mila, adesso si sparano i milioni come niente fosse”.
I tempi cambiano.

21/10/2007 - estratto da "Plebe" n.24
Laboratorio Politico "Jacob" - via M.Pagano 38 - Foggia
www.agitproponline.com

venerdì 19 ottobre 2007

Il contante e la luna

Natale è alle porte. I commercianti – sebbene disorientati dal Ramadan dagli immigrati che scorrazzano a piede libero nel quartiere Ferrovia (!) – ne sono convinti. E corrono ai ripari, dando sfoggio di programmazione e lungimiranza. Servono dita delicate – conseguenti a spalle pazienti – che possano confezionare pacchi con motivi floreali, geometrici, spiritosi, benaugurali.
A ritmo d’un operaio di linea di Mirafiori.
Il negozio di dolciumi e rum di pregio in casse di rovere cerca una commessa con queste caratteristiche psicofisiche.
Un’impiegata a termine. Docile, buona, abile, rapida. Come la filippina nel retrobottega.
La proprietaria mi accoglie soddisfatta. È impegnata dietro al bancone, ma mi onora di dieci minuti della sua preziosa attenzione. Del resto, è lei che ha fatto richiesta d’avermi difronte.
Mi illustra il radioso avvenire, con dovizia di particolari.
In quel periodo – dice – il negozietto claustrofobicamente gonfio di mercanzie diventa frenetico. C’è viavai di clienti. E tutti pretendono una confezione consona. Lei non può, non potrà di certo, dato che avrà molto da fare a seguire le richieste, quelle ordinarie e quelle particolari, per le quali necessitano colpo d’occhio e competenza. Io dovrò – dovrei – occuparmi di chiudere scatole, agghindare buste, infiocchettare plichi, rigirare nastri con le forbici e sigillare con la cera lacca. Non solo. In alcuni momenti il viavai sarà tale e tanto, in barba alla crisi economica, che non potrò – potrei – limitarmi a questo. Ci sarà da fare altro. Dare una mano qua e là, una spolverata alla vetrina, un colpo di straccio ai banconi, una sistemata agli scaffali, una mano di Vileda ai pavimenti. E quando capiterà, un occhio ai clienti in attesa.
Tutto previsto. Nulla di più di quanto non chiedesse quel venditore di oggettistica etnica, nei pressi del mercato. La mia migliore faccia, quella diplomatica.
Chiedo: “E per tutto questo quanto percepirei?”.
La signora indietreggia, colpita come una nave mercantile finita nel bel mezzo di una battaglia navale. Un piccolo fulmine squarcia il cielo, come sul Golgota. Il rum ondeggia scosso nelle bottiglie di gran lusso. Il panforte non ha fegato per guardare oltre. Negli occhi della titolare s’è fatta notte. Scuote la testa, più delusa che frastornata. Se l’aspettava una richiesta così inconsueta. Ma nella sua innocenza mai avrebbe pensato che sarebbe giunta con tale spudorata arroganza, con tale cinismo. Vai a far del bene al popolo. Denaro, vile denaro, è tutto quello che questa gente senza spirito d’iniziativa sa chiedere. Monetizzare. Questa gentaglia monetizza tutto. Non ha più sentimenti, non ha più cuore. Ha ragione Ratzinger.
“Beh... se parti così mi tagli le gambe”, non può che dire.
E bisogna comprenderla. Il colpo è stato forte.
Nella mia infinita grettezza materialista non sono riuscita a vedere aldilà delle apparenze. Non ho percepito, come altri asceti avrebbero fatto, l’importanza di quella mansione. La gioia mistica del servire, l’incomparabile beatitudine del rendersi utili, il dolce sapore onirico del lustrare le superfici lavabili. Sono andata al sodo, in un mondo candido e romantico che prova aristocratico disprezzo a parlar di mercede. Maledetta me e la mia genia incolta!Avrei dovuto inginocchiarmi dinanzi a cotanta umiltà, sentire nel profondo la responsabilità, l’impegno e la possibilità che quella donna mi offriva. Così, gratuitamente.
Ed invece ho rincarato la dose.
“Ma perché, signora, cosa credeva, che venissi a lavorare per divertimento? Non ho più diciotto anni, non posso più accontentarmi della paghetta o di una pizza il sabato sera. Devo valutare se mi conviene”.
Parole bestiali pronunciate con fare da bestia. Dinanzi alle quali la titolare ha visto scorrere i suoi anni passati in letizia, a donare lavoro senza concreta contropartita.
“No, no, no... Lasciamo perdere allora. Io ho bisogno di provarti, di vedere come lavori”, mi ha detto. E mi ha salutato, con una punta di sofferenza nel cuore.
Uscendo da quel vestibolo di paradiso terrestre, non ho potuto fare a meno di riflettere.
Di pensare a quante diciottenni idealiste – a ritmo di una a settimana – infiocchetteranno pacchetti al posto mio, da Halloween alla vigilia della Natività. Riponendo in ogni riccio col nastrino rosso gocce di quell’innocenza allegra che a me manca del tutto.

lunedì 15 ottobre 2007

SCUOLA: Poerio: se 500 euro vi sembran pochi...

Le classi primavera, il contributo nascosto, la formazione professionale

Un altro corso di formazione alle porte per chi ambisce ad entrare nel mondo della scuola: “l’ultimo, purché dopo si lavori”, si dicono sospirando centinaia di aspiranti corsisti in fila per presentare la richiesta di concorrere per i trenta posti disponibili; tra loro i più navigati stanno mandando giù coscientemente l’ennesimo boccone amaro, i più sprovveduti stazionano senza saperlo sulla soglia di un tunnel di cui non si vede l’uscita.
Stavolta, però, le prospettive di inserimento professionale appaiono radiose, basta leggere il manifesto che pubblicizza l’iniziativa per scorgervi la lunga lista di enti che aspettano solo di assorbire il personale certificato e qualificato dal corso: le storiche scuole dell’infanzia, le imperiture cooperative sociali e le neonate classi primavera. La serietà del progetto e la professionalità di chi lo organizza, poi, sembra garantita dall’altrettanto nutrito elenco delle istituzioni locali che lo promuovono: Regione, Provincia, Unicef.
Nulla, dunque, di contestabile: nessuna magagna da smascherare, nessun misfatto da denunciare all’opinione della gente comune, nemmeno nel momento così propizio della massima diffusione della sensibilità antipolitica; eccepisci: tranne la costituzione del corso stesso.
Già, perché quello di “formazione professionale” è un concetto tanto opportunamente abusato quanto astutamente frainteso. Persino secondo l’unico linguaggio comprensibile dagli attuali attori sociali, ispirato dalla più volgare logica aziendalista, infatti, formare significa investire denaro al fine di creare nuove figure lavorative capaci di svolgere specifiche prestazioni richieste dal mercato. Quando questo criterio di selezione e reclutamento travalica i confini degli enti privati per essere recepito da quelli pubblici, finisce per essere convertito in una forma inedita e legalizzata di pratica clientelare in virtù della quale essi esercitano e perpetuano il proprio potere ricattatorio. “Se vuoi lavorare, devi pagare”; questo l’insistente ritornello che ci ronza nella testa, lo slogan più diffuso nella nostra generazione, il saggio consiglio dei nostri vecchi, la sentenza lapidaria che segna i tempi odierni, il principio valido indifferentemente dal modo in cui lo adottano il mafioso zelante, il sindacalista rampante e il politico di successo. Il nostro corso costa 500 euro, “neanche tanti” se paragonati alle cifre richieste per iniziative analoghe, rispetto alle quali manca della minima trasparenza nell’indicazione all’utenza dei costi, dei criteri di ammissione e della validità del titolo rilasciato, non essendo mai stato bandito pubblicamente, come la peggiore delle reclame ingannevoli, la più subdola delle televendite, la più scontata delle truffe.
Tuttavia, gli aspetti più deplorevoli della faccenda non sono da considerare una perversione dei meritori fini preposti, ma la conseguenza inevitabile del vigente sistema di reclutamento del personale docente, che sulle basi ideologiche del benessere diffuso e della scarsità delle risorse ha fatto dell’onerosa tassazione dei corsi abilitanti la propria principale fonte di sostentamento, della selezione meritocratica la propria legittimazione valoriale e del precariato perenne lo strumento dell’imposizione di condizioni inaccettabili. L’istituzione delle SSIS, di Scienze della formazione primaria, del Sostegno, dei corsi speciali, il business dei Master e dei corsi di perfezionamento e le idee di fondo che hanno ispirato tali riforme hanno aperto la breccia ad una tanto spietata quanto penosa concorrenza intestina, a vedere erroneamente come un favore (ottenuto casualmente o arbitrariamente) quello che è stato conquistato come un diritto (gratuito, garantito, universale): l’accessibilità del lavoro e dell’istruzione, ad accontentarsi di una situazione considerata migliore di quella di altre categorie professionali senza lasciarsi mai tentare dalle “scorciatoie” della solidarietà di classe e della rivendicazione collettiva.
L’intero sistema-scuola finisce per risentire di questo stato di cose, generando la profonda crisi delle sue componenti principali: gli istituti, che ricevono fondi (o ciò che ne rimane dai tagli sempre più frequenti ed incisivi) proporzionalmente alla “qualità” dei loro progetti, riconosciuta secondo parametri discutibili; gli insegnanti, che in simili condizioni rimangono privi della libertà mentale, della sicurezza economica e del tempo necessario per dedicarsi a ciò che viene chiesto loro; gli studenti, che vedono inesorabilmente ridotte le loro aspettative di vita, le loro aspettative future, le loro possibilità di carriera. Si realizza così la riduzione della scuola a quel “parcheggio” della quale spesso per pigrizia o superficialità i ragazzi vengono ritenuti i soli responsabili, senza che si ponga con sufficiente attenzione l’accento sui limiti oggettivi del contesto in cui sono inseriti.
In un panorama così desolante e avvilente come recuperare l’entusiasmo vitale, lo slancio creativo, l’impegno concreto che rende gli insegnanti non burocrati lamentosi né vittime passive, ma protagonisti della convivenza civile, promotori del cambiamento sociale, sostenitori della dignità della vita di tutti? Non basta l’ostinata ed egoistica difesa di uno status privilegiato (e ormai perduto), né rifugiarsi nella nicchia della trasmissione degli stessi valori alle nuove generazioni; occorre recuperare nel proprio orizzonte mentale e nella propria pratica quotidiana quella tensione alla conflittualità che rende la politica un progetto di lunga durata e di ampio respiro, coerente con una visione del mondo che prevede il libero accesso ai saperi e alle professioni e il diritto al lavoro e all’istruzione quali presupposti necessari alla realizzazione delle aspirazioni di ciascuno e ad un’esistenza meritevole di essere vissuta.

Icone flessibili

La mente umana fa l’abitudine a qualsiasi aberrazione.
Diceva Benigni, in uno spettacolo di qualche anno fa. Predantesco.

Nell’ottobre del 1994, esattamente tredici anni orsono, l’Italia intera si bloccò per manifestare contro la prima finanziaria berlusconiana. A Foggia eravamo più di ventimila, dissero, per il più grande corteo di sempre. I pensionati calavano in pullman dalla provincia per opporsi ai tagli, i lavoratori sfilavano compatti per difendere il diritto acquisito di diventare un giorno pensionati. I professori e gli infermieri facevano quadrato attorno alle vestigia dello stato sociale sotto scacco e noi studenti, con una buona dose d’idealismo e una atrettanto sostanziosa di confusione, mostravamo il nostro fiero sdegno contro l’ipotesi di parificazione tra scuole pubbliche e private. Contro la “privatizzazione dell’istruzione”, si diceva all’epoca. La prima era geologica dell’uomo di Arcore durò pochi mesi. Noi c’illudemmo d’averlo fatto vacillare e poi finito a colpi di passeggiate. Seguirono anni di governi tecnici e l’intera epopea del centrosinistra prodian-d’alemiano.
Nelle fabbriche cominciavano a circolare, con sempre maggiore insistenza, i prestampati che invitavano a sottoscrivere i fondi pensionistici privati. Tanto il governo vi toglie le pensioni, ammiccavano incauti e realisti i venditori di fumo. La volontà di lottare si affievoliva. Il tfr finiva nel vortice del mercato finanziario.

A scuola si visse l’epoca d’oro della depoliticizzazione, del disimpegno, dell’insubordinazione controllata e novembrina. I docenti e le docenti “di sinistra” s’impegnarono a fondo per depotenziare a dovere gli scatti d’impeto degli estremisti guevariani.
Nel 1995 l’Istituto tecnico per ragionieri Programmatori, che aveva acquisito tradizione ed esperienza nel campo, fu occupato solo virtualmente e senza un perché visibile, mentre nel 1996 l’intera agitazione nacque e si concluse nel breve volgere di un fine settimana. I tempi cambiavano rapidamente. All’università le tasse pagate in cambio di un viaggio da pendolare alle 6 del mattino non fiaccavano le sacche di resistenza. Sui tetti dell’ateneo si rischiavano una paralisi o una caduta nel vuoto per impedire l’innalzamento dei contributi d’iscrizione. Ma gli universitari sono animali strani, individualisti per biologia, che barattano il silenzio con la speranza di una breve permanenza e un posto al sole. Trionfava la meritocrazia, facevano capolino i fascisti, sotto mentite spoglie.
Nel 1998 raggiungemmo Roma per l’assedio al Ministero dell’Università. Poche centinaia di persone, sotto un sole autunnale, tra le fughe prospettiche dell’Eur. Contestavamo le bozze di rinnovamento delle facoltà, l’aumento delle tasse, il numero chiuso.
Il concetto di numero chiuso. Non le sue applicazioni pratiche.
Nel 1999 tornammo a Roma per la grande manifestazione nazionale in difesa della scuola pubblica. Eravamo 25mila. Più o meno le stesse cifre del corteo di Foggia di cinque anni prima. All’angolo tra la stazione Termini e corso Cavour incontrai dei compagni catanesi, preoccupatissimi: “Siamo pochi, pochissimi, ci stanno sfibrando”. Condivisi quel timore fondato: pochi anni ed erano già “altri tempi” quelli dei 50mila a Napoli, contro D’Onofrio. Senza contare il milione in piazza a Roma, per la spallata al nano. La stagione eroica della difesa dell’articolo 18, la partita di retroguardia e d’orgoglio della classe operaia cofferatiana, chiuse un ciclo.

Oggi, trentuno anni suonati, ragiono già come un reduce della guerra di Crimea.
Ripenso a quei giorni di sciopero e piazza, che allora pure dovevano apparirmi sbiadita fotocopia degli anni gloriosi, come ad un pezzo di storia da rimpiangere. Come ad una battaglia della Campagna d’Italia.
Dopo sono venute le delusioni cocenti e le cornamuse hanno suonato forte al funerale del mio idealismo tardo-adolescenziale.
Ricordo il primo ciclo di SSIS e il timido blocco dei concorsisti storici.
Ricordo compagni di lotta e di trincea entrati nelle scuole di specializzazione a pagamento della ministra Moratti difendere il proprio status in opposizione a quegli avanzi di segreteria accampati (coi loro cartelli alla Ken Loach, scritti con l’Uni-Posca), in attesa di ruolo da anni.
E il collegamento immediato, cerebrale e umorale: i giorni del furore della Sata di Melfi, i pastori alla catena di montaggio, con la testa china e la speranza di infrangere – come Stakanov del capitale – il record di produzione, coi ritmi serratissimi e l’obiettivo di strappare una riconferma. Nel regno dell’interinale ben oltre le quote pattuite. Nel feudo dell’iniziativa privata coi finanziamenti pubblici. Mentre tutto attorno era scontro feroce tra i metalmeccanici e la Fiat in odor di General Motors. Mentre Arese chiudeva i battenti e Termini Imerese veniva dichiarata obsoleta, un reperto dell’archeologia industriale democristiana in riva al mare. Ricordo benissimo che mentre l’Italia operaia manifestava, bloccava turni e produzione, chiudeva al traffico strade e autostrade, a Melfi si lavorava come e più di sempre. Senza che il vento della rivolta soffiasse sulle cupole della cittadella del progresso di San Nicola. Ricordo le facce dei lavoratori siciliani, sfatte da ore di pullman e traghetto, disperazione e rabbia, giunte nella Basilicata felix per persuadere i pastori e i metal-mezzadri a marinare, per qualche giorno, l’appuntamento con la gloria del reparto. Ci riuscirono, come solo ci si può riuscire quando la forza dell’ultima spiaggia detta la linea. E dirige il pugno al bersaglio.
Per diversi giorni il picchetto resse. La prima volta della Sata, che salvò il posto al non più competitivo stabilimento palermitano.
E mi ritrovo a pensare che se i concorsisti storici, a cui stava sfuggendo di mano la fase, avessero fatto altrettanto, avessero all’epoca bloccato sull’uscio i giovanotti del primo ciclo di SSIS, probabilmente qualcuno si sarebbe scottato entrambe le mani. Ed avrebbe inseguito più miti consigli, dinanzi alla compattezza del blocco.
Invece fecero l’errore strategico di considerare quell’appendice d’insegnamento a pagamento un semplice orpello del sistema. E non si accorsero di recitare la parte di un esercito medievale che sottovaluta il primo colpo d’artiglieria.

Sono mutati i parametri, si dice sempre quando si deve camuffare un’impotenza.
E, pur nella convinzione che non si possa fermare la corsa alla Tav innalzando bucoliche alle carrozze a vapore, constato che passo dopo passo ci stiamo assuefacendo, stiamo decurtando i nostri livelli di indignazione e di conseguente difesa. Stiamo abbassando la guardia, molto più che pericolosamente. Nella cattedrale di Foggia, in una cappella laterale, c’è un Cristo in croce. La leggenda narra che il suo volto stravolto dal sangue e dai colpi, dalla morte vicina, s’abbassi progressivamente, col passare del tempo. Sempre più giù, impercettibilmente, inesorabilmente. E che quando giungerà a ricongiungersi con la spalla destra, allora sarà inevitabile la fine del mondo.
Noi siamo come quel Cristo. La tendenza al peggioramento ci fa flettere mese dopo mese, ora dopo ora, progetto dopo progetto. Ci pieghiamo sotto il peso dell’inevitabile, muti e sofferenti, incapaci di abilitare progetti di resurrezione. Abbiamo creduto che welfare, salari, pensioni fossero leggi di natura. E adesso che abbiamo scoperto che non è così, che quanto in basso può spingerci il sistema tanto più in basso sostiamo, stiamo facendo l’abitudine a masticare terra. E a discettare sulle diverse qualità di fertilizzanti, con piglio da cultori del genere.
Sveglia!
Lo spirito deve essere quello di sempre: guardare da dove siamo partiti, cosa chiedevamo quando chiedevamo ancora qualcosa, e tracciare una linea sull’oggi, su quello che siamo diventati.

Lo scoprire, con orrore, che quel che dieci anni fa era tabù oggi è la norma, potrebbe far scuotere qualche coscienza assopita. Non è un processo automatico, ma conviene provarci.

(Indesiderate) vacanze romane

Il telefonino ha cominciato a suonare mentre Gwyneth Paltrow – in una delle sue due vite parallele – cercava di annunciare la sua gravidanza al distratto boyfriend. Una voce femminile dall’altra parte dell’apparecchio infernale. Una convocazione. Un colloquio di lavoro. Incredibile a dirsi, di questi tempi. Di più: una prima scrematura già portata a termine. C. fa parte del secondo blocco, quello residuo, quello che – solo in virtù del curriculum – è passato alle finali. “Richiamami il 16 agosto e valutiamo se prendere l’appuntamento per il giorno stesso o per l’indomani”.
C. ha dormito tre ore scarse la notte di ferragosto. Poi ha preso il treno Ok, alle 6:35. I biglietti a 9,00 euro erano, ovviamente, esauriti da settimane. Onde per cui è salita a bordo con un tagliando da 19. Si è fatta dare le chiavi di casa d’amiche, ma conta di restarci poco. Anzi, spera di riuscire a fare tutto in mattinata, di sbrigare la pratica e tornare a casa prima del calar del sole. Ha dormito cullata dalle rotaie.
Giunta a destinazione, ha ricaricato il cellulare e chiamato il magic number. La stessa voce della volta prima le ha risposto, interlocutoria, che l’appuntamento era da considerarsi slittato al 17. Ha provato a lungo le facce per la prima impressione, ma non ha potuto nascondere una smorfia. Ormai è a Roma, fa un caldo olimpico, e bisognerà restarci per almeno un giorno sano: lavarsi, mangiare, lavarsi, mangiare. È scesa a comprare le Diana rosse da venti. Ha contattato i pochi fuori sede che conosce rimasti nell’urbe. Si è concessa il lusso di un piatto di pasta a sera, con annessa minerale: 10 euro, obolo santo per oliare un’economia stagnante.
Ha riposato, finalmente. Stamattina, appena sveglia, ha composto il numero. La voce femminile le ha detto che l’appuntamento era da considerarsi slittato al 20. C. ha un appuntamento non derogabile domenica sera e trentatré euro in tasca, buoni per accaparrarsi un biglietto d’Eurostar. Chiede spiegazioni. Non ne ottiene. Cosa vuoi pretendere, cocca. Già è tanto se t’abbiamo presa in considerazione. Se t’abbiamo dato il brivido dell'occupazione. Il mercato del lavoro è un reality, lo sai o no? E se tu non hai la pazienza di subire il fuoco lento dei bollitori di maestranze, non fai altro che autonominarti. Ti elimini. Il pubblico farà a meno di te e ci faciliti pure il compito.
C. ha fatto appena a tempo a commentare che “non è corretto”.
Ma a chi vuoi che freghi, la correttezza.
Adesso C. è un puntino umano immerso nell’alveare della stazione Termini. I biglietti dell’Eurostar delle 13:38 sono esauriti. Ci sono solo biglietti per quello delle 15 e passa. Non ci sono musei aperti e fa caldo. Il sol pensiero dell’attesa snerva.
Se dovesse esplodere una bomba nell’atrio, probabilmente il suo nome e cognome finirebbero nell’elenco degli eroi nazionali. Ma se questo non dovesse accadere, sono sicuro che sul treno gradirà la compagnia del poeta Tonino Guerra che avrà modo di spiegarle, per filo e per segno, perché l’ottimismo è il profumo della vita.

martedì 9 ottobre 2007

Contro la precarietà delle nostre vite, Riaccendiamo il conflitto

Ci sentiamo in obbligo di rassicurare un po’ di persone. Premier e ministri del lavoro di destra o progressisti con giudizio, analisti finanziari e direttori di centri studi economici, governatori di banche e giornalisti di Sole 24 Ore o Corriere della Sera, intellettuali liberal già marxisti e predicatori del darwinismo sociale, cinici confindustriali o sindacalisti coscienziosi.

Noi, alla nostra condizione di precarietà, non ci rassegneremo mai.

Mettetevelo bene in testa una volta per sempre. Non ci stiamo ad offrire le nostre vite a vantaggio esclusivo dell’arricchimento e del benessere delle classi dominanti. Non saremo noi a pagare il risanamento dei conti pubblici o di imprese sull’orlo del fallimento. Non offriremo il nostro fiato ad un capitalismo moribondo, assistito e parassita, dedito alla finaziarizzazione dell’economia e ai giochi speculativi consumati sulla pelle di milioni di uomini e donne, senza alcun obiettivo di crescita sociale.

Non è solo questione di flessibilità o Legge 30. Oggi la precarietà segna non solo il lavoro ma per intero le nostre vite, di occupati e disoccupati, di nativi e migranti. Per queste ragioni non ci interessa alcuna forma negoziale, nessun tampone legislativo messo alla buona da chi ha aperto il baratro lungo il quale siamo costretti a camminare. Né ci interessa la tutela di chi ad ogni rivendicazione o aumento salariale ha ceduto sul piano della flessibilità e della precarietà, che da optional è diventata unica forma possibile di impiego.

Siamo stanchi di essere considerati un mero dato statistico, forza-lavoro oltremodo flessibile, che accetta – soprattutto se è giovane o immigrata – di lavorare per salari minimi o anche gratis, nella speranza di una futura assunzione; o di lavorare solo quando il suo “datore di lavoro” ne ha effettivamente bisogno; di poter essere licenziata da un momento all’altro; che si rassegna alla pratica del lavoro interinale e dei salari regionalmente differenziati; di condizioni di sicurezza, igiene, orari sotto lo standard legale. Nessuna strada di liberazione arriva nemmeno dal lavoro autonomo, dove il popolo delle partite Iva si autoimpone livelli di sfruttamento che mai accetterebbe all’esterno.

Dietro le parole flessibilità e precariato si celano vite in carne e ossa, sofferenze e dignità offese, ricatti e sfruttamento. Nella società che ha eretto a proprio Dio il lavoro, il lavoro sta diventando raro come l’aria respirabile nelle città. I figli di, poche elité che hanno accesso ai sempre più costosi network del sapere, gli immancabili raccomandati. Per essi la strada è spianata. Gli altri non potranno mai aspirare ad un posto al sole e finiranno ai margini della società, con un’unica funzione, quella dell’esempio deterrente. Il fine, come da regola base del capitalismo, è mettere gli esclusi davanti all’alternativa: lavorare a qualsiasi condizione o morire di fame. Accettare il ricatto pena l’apartheid sociale, il marchio di “fallito”. Una costrizione silenziosa che prova a spegnere ogni focolaio di conflitto o di resistenza. Perché ad occuparsi degli esclusi della magnifica e progressiva società del lavoro, di questa “immondizia umana”, è chiamata la polizia.

La distruzione delle tutele sociali, del welfare statale, la restrizione nell’accesso ai diritti minimi di cittadinanza –la casa, l’istruzione, il sapere – non fa altro che gettare buona parte degli esclusi e non solo nella barbarie di una concorrenza cannibalizzata che allontana da ogni prospettiva di emancipazione, di libertà.

Tecniche di dominazione sociale alle quali ribellarsi non solo giusto è ma necessario.

Quel che ci interessa è soffiare sul fuoco di pratiche alternative e conflittuali. Ci interessa che dal divario tra i pochi ricchi e i sempre più poveri possano rinascere la lotta. Ci interessa che la lotta non finisca strumentalmente imbrigliata, depotenziata, delegittimata. Vogliamo che a pagare i costi della Crisi sia il padronato, chi ha vissuto di rendite di posizione in tutti questi anni.

Vogliamo reddito per tutti, lavoro o non lavoro. Vogliamo il diritto all’abitare e al canone sociale. L’adeguamento di salari e stipendi al costo reale della vita. Vogliamo la tassazione delle rendite finanziarie. Vogliamo la tutela della salute e la libera e gratuita circolazione dei saperi, contro ogni forma di aziendalizzazione di scuole e università. Vogliamo un forte potenziamento delle politiche sociali, la cancellazione della Legge 30 e anche del Pacchetto Treu, la chiusura dei Cpt, il diritto di asilo per i migranti.

Chi pensate potrà venire incontro a queste richieste? La risposta ce la diamo da soli: nessuno. Occorre allora rispolverare vecchie parole d’ordine, per una nuova lotta di classe. Senza guardare in faccia a chicchessia. Come occupati precari o flessibili, disoccupati, studenti, lavoratori a nero, rilanciamo l’unica strada possibile, l’autorganizzazione. Per un impegno e una politica che parta dal basso, da ognuno di noi, per un cambio radicale del sistema, senza deleganti e delegati.

Riprendiamoci tutto, a partire dalla nostra dignità.