La mente umana fa l’abitudine a qualsiasi aberrazione.
Diceva Benigni, in uno spettacolo di qualche anno fa. Predantesco.
Nell’ottobre del 1994, esattamente tredici anni orsono, l’Italia intera si bloccò per manifestare contro la prima finanziaria berlusconiana. A Foggia eravamo più di ventimila, dissero, per il più grande corteo di sempre. I pensionati calavano in pullman dalla provincia per opporsi ai tagli, i lavoratori sfilavano compatti per difendere il diritto acquisito di diventare un giorno pensionati. I professori e gli infermieri facevano quadrato attorno alle vestigia dello stato sociale sotto scacco e noi studenti, con una buona dose d’idealismo e una atrettanto sostanziosa di confusione, mostravamo il nostro fiero sdegno contro l’ipotesi di parificazione tra scuole pubbliche e private. Contro la “privatizzazione dell’istruzione”, si diceva all’epoca. La prima era geologica dell’uomo di Arcore durò pochi mesi. Noi c’illudemmo d’averlo fatto vacillare e poi finito a colpi di passeggiate. Seguirono anni di governi tecnici e l’intera epopea del centrosinistra prodian-d’alemiano.
Nelle fabbriche cominciavano a circolare, con sempre maggiore insistenza, i prestampati che invitavano a sottoscrivere i fondi pensionistici privati. Tanto il governo vi toglie le pensioni, ammiccavano incauti e realisti i venditori di fumo. La volontà di lottare si affievoliva. Il tfr finiva nel vortice del mercato finanziario.
A scuola si visse l’epoca d’oro della depoliticizzazione, del disimpegno, dell’insubordinazione controllata e novembrina. I docenti e le docenti “di sinistra” s’impegnarono a fondo per depotenziare a dovere gli scatti d’impeto degli estremisti guevariani.
Nel 1995 l’Istituto tecnico per ragionieri Programmatori, che aveva acquisito tradizione ed esperienza nel campo, fu occupato solo virtualmente e senza un perché visibile, mentre nel 1996 l’intera agitazione nacque e si concluse nel breve volgere di un fine settimana. I tempi cambiavano rapidamente. All’università le tasse pagate in cambio di un viaggio da pendolare alle 6 del mattino non fiaccavano le sacche di resistenza. Sui tetti dell’ateneo si rischiavano una paralisi o una caduta nel vuoto per impedire l’innalzamento dei contributi d’iscrizione. Ma gli universitari sono animali strani, individualisti per biologia, che barattano il silenzio con la speranza di una breve permanenza e un posto al sole. Trionfava la meritocrazia, facevano capolino i fascisti, sotto mentite spoglie.
Nel 1998 raggiungemmo Roma per l’assedio al Ministero dell’Università. Poche centinaia di persone, sotto un sole autunnale, tra le fughe prospettiche dell’Eur. Contestavamo le bozze di rinnovamento delle facoltà, l’aumento delle tasse, il numero chiuso.
Il concetto di numero chiuso. Non le sue applicazioni pratiche.
Nel 1999 tornammo a Roma per la grande manifestazione nazionale in difesa della scuola pubblica. Eravamo 25mila. Più o meno le stesse cifre del corteo di Foggia di cinque anni prima. All’angolo tra la stazione Termini e corso Cavour incontrai dei compagni catanesi, preoccupatissimi: “Siamo pochi, pochissimi, ci stanno sfibrando”. Condivisi quel timore fondato: pochi anni ed erano già “altri tempi” quelli dei 50mila a Napoli, contro D’Onofrio. Senza contare il milione in piazza a Roma, per la spallata al nano. La stagione eroica della difesa dell’articolo 18, la partita di retroguardia e d’orgoglio della classe operaia cofferatiana, chiuse un ciclo.
Oggi, trentuno anni suonati, ragiono già come un reduce della guerra di Crimea.
Ripenso a quei giorni di sciopero e piazza, che allora pure dovevano apparirmi sbiadita fotocopia degli anni gloriosi, come ad un pezzo di storia da rimpiangere. Come ad una battaglia della Campagna d’Italia.
Dopo sono venute le delusioni cocenti e le cornamuse hanno suonato forte al funerale del mio idealismo tardo-adolescenziale.
Ricordo il primo ciclo di SSIS e il timido blocco dei concorsisti storici.
Ricordo compagni di lotta e di trincea entrati nelle scuole di specializzazione a pagamento della ministra Moratti difendere il proprio status in opposizione a quegli avanzi di segreteria accampati (coi loro cartelli alla Ken Loach, scritti con l’Uni-Posca), in attesa di ruolo da anni.
E il collegamento immediato, cerebrale e umorale: i giorni del furore della Sata di Melfi, i pastori alla catena di montaggio, con la testa china e la speranza di infrangere – come Stakanov del capitale – il record di produzione, coi ritmi serratissimi e l’obiettivo di strappare una riconferma. Nel regno dell’interinale ben oltre le quote pattuite. Nel feudo dell’iniziativa privata coi finanziamenti pubblici. Mentre tutto attorno era scontro feroce tra i metalmeccanici e la Fiat in odor di General Motors. Mentre Arese chiudeva i battenti e Termini Imerese veniva dichiarata obsoleta, un reperto dell’archeologia industriale democristiana in riva al mare. Ricordo benissimo che mentre l’Italia operaia manifestava, bloccava turni e produzione, chiudeva al traffico strade e autostrade, a Melfi si lavorava come e più di sempre. Senza che il vento della rivolta soffiasse sulle cupole della cittadella del progresso di San Nicola. Ricordo le facce dei lavoratori siciliani, sfatte da ore di pullman e traghetto, disperazione e rabbia, giunte nella Basilicata felix per persuadere i pastori e i metal-mezzadri a marinare, per qualche giorno, l’appuntamento con la gloria del reparto. Ci riuscirono, come solo ci si può riuscire quando la forza dell’ultima spiaggia detta la linea. E dirige il pugno al bersaglio.
Per diversi giorni il picchetto resse. La prima volta della Sata, che salvò il posto al non più competitivo stabilimento palermitano.
E mi ritrovo a pensare che se i concorsisti storici, a cui stava sfuggendo di mano la fase, avessero fatto altrettanto, avessero all’epoca bloccato sull’uscio i giovanotti del primo ciclo di SSIS, probabilmente qualcuno si sarebbe scottato entrambe le mani. Ed avrebbe inseguito più miti consigli, dinanzi alla compattezza del blocco.
Invece fecero l’errore strategico di considerare quell’appendice d’insegnamento a pagamento un semplice orpello del sistema. E non si accorsero di recitare la parte di un esercito medievale che sottovaluta il primo colpo d’artiglieria.
Sono mutati i parametri, si dice sempre quando si deve camuffare un’impotenza.
E, pur nella convinzione che non si possa fermare la corsa alla Tav innalzando bucoliche alle carrozze a vapore, constato che passo dopo passo ci stiamo assuefacendo, stiamo decurtando i nostri livelli di indignazione e di conseguente difesa. Stiamo abbassando la guardia, molto più che pericolosamente. Nella cattedrale di Foggia, in una cappella laterale, c’è un Cristo in croce. La leggenda narra che il suo volto stravolto dal sangue e dai colpi, dalla morte vicina, s’abbassi progressivamente, col passare del tempo. Sempre più giù, impercettibilmente, inesorabilmente. E che quando giungerà a ricongiungersi con la spalla destra, allora sarà inevitabile la fine del mondo.
Noi siamo come quel Cristo. La tendenza al peggioramento ci fa flettere mese dopo mese, ora dopo ora, progetto dopo progetto. Ci pieghiamo sotto il peso dell’inevitabile, muti e sofferenti, incapaci di abilitare progetti di resurrezione. Abbiamo creduto che welfare, salari, pensioni fossero leggi di natura. E adesso che abbiamo scoperto che non è così, che quanto in basso può spingerci il sistema tanto più in basso sostiamo, stiamo facendo l’abitudine a masticare terra. E a discettare sulle diverse qualità di fertilizzanti, con piglio da cultori del genere.
Sveglia!
Lo spirito deve essere quello di sempre: guardare da dove siamo partiti, cosa chiedevamo quando chiedevamo ancora qualcosa, e tracciare una linea sull’oggi, su quello che siamo diventati.
Lo scoprire, con orrore, che quel che dieci anni fa era tabù oggi è la norma, potrebbe far scuotere qualche coscienza assopita. Non è un processo automatico, ma conviene provarci.
lunedì 15 ottobre 2007
(Indesiderate) vacanze romane
Il telefonino ha cominciato a suonare mentre Gwyneth Paltrow – in una delle sue due vite parallele – cercava di annunciare la sua gravidanza al distratto boyfriend. Una voce femminile dall’altra parte dell’apparecchio infernale. Una convocazione. Un colloquio di lavoro. Incredibile a dirsi, di questi tempi. Di più: una prima scrematura già portata a termine. C. fa parte del secondo blocco, quello residuo, quello che – solo in virtù del curriculum – è passato alle finali. “Richiamami il 16 agosto e valutiamo se prendere l’appuntamento per il giorno stesso o per l’indomani”.
C. ha dormito tre ore scarse la notte di ferragosto. Poi ha preso il treno Ok, alle 6:35. I biglietti a 9,00 euro erano, ovviamente, esauriti da settimane. Onde per cui è salita a bordo con un tagliando da 19. Si è fatta dare le chiavi di casa d’amiche, ma conta di restarci poco. Anzi, spera di riuscire a fare tutto in mattinata, di sbrigare la pratica e tornare a casa prima del calar del sole. Ha dormito cullata dalle rotaie.
Giunta a destinazione, ha ricaricato il cellulare e chiamato il magic number. La stessa voce della volta prima le ha risposto, interlocutoria, che l’appuntamento era da considerarsi slittato al 17. Ha provato a lungo le facce per la prima impressione, ma non ha potuto nascondere una smorfia. Ormai è a Roma, fa un caldo olimpico, e bisognerà restarci per almeno un giorno sano: lavarsi, mangiare, lavarsi, mangiare. È scesa a comprare le Diana rosse da venti. Ha contattato i pochi fuori sede che conosce rimasti nell’urbe. Si è concessa il lusso di un piatto di pasta a sera, con annessa minerale: 10 euro, obolo santo per oliare un’economia stagnante.
Ha riposato, finalmente. Stamattina, appena sveglia, ha composto il numero. La voce femminile le ha detto che l’appuntamento era da considerarsi slittato al 20. C. ha un appuntamento non derogabile domenica sera e trentatré euro in tasca, buoni per accaparrarsi un biglietto d’Eurostar. Chiede spiegazioni. Non ne ottiene. Cosa vuoi pretendere, cocca. Già è tanto se t’abbiamo presa in considerazione. Se t’abbiamo dato il brivido dell'occupazione. Il mercato del lavoro è un reality, lo sai o no? E se tu non hai la pazienza di subire il fuoco lento dei bollitori di maestranze, non fai altro che autonominarti. Ti elimini. Il pubblico farà a meno di te e ci faciliti pure il compito.
C. ha fatto appena a tempo a commentare che “non è corretto”.
Ma a chi vuoi che freghi, la correttezza.
Adesso C. è un puntino umano immerso nell’alveare della stazione Termini. I biglietti dell’Eurostar delle 13:38 sono esauriti. Ci sono solo biglietti per quello delle 15 e passa. Non ci sono musei aperti e fa caldo. Il sol pensiero dell’attesa snerva.
Se dovesse esplodere una bomba nell’atrio, probabilmente il suo nome e cognome finirebbero nell’elenco degli eroi nazionali. Ma se questo non dovesse accadere, sono sicuro che sul treno gradirà la compagnia del poeta Tonino Guerra che avrà modo di spiegarle, per filo e per segno, perché l’ottimismo è il profumo della vita.
C. ha dormito tre ore scarse la notte di ferragosto. Poi ha preso il treno Ok, alle 6:35. I biglietti a 9,00 euro erano, ovviamente, esauriti da settimane. Onde per cui è salita a bordo con un tagliando da 19. Si è fatta dare le chiavi di casa d’amiche, ma conta di restarci poco. Anzi, spera di riuscire a fare tutto in mattinata, di sbrigare la pratica e tornare a casa prima del calar del sole. Ha dormito cullata dalle rotaie.
Giunta a destinazione, ha ricaricato il cellulare e chiamato il magic number. La stessa voce della volta prima le ha risposto, interlocutoria, che l’appuntamento era da considerarsi slittato al 17. Ha provato a lungo le facce per la prima impressione, ma non ha potuto nascondere una smorfia. Ormai è a Roma, fa un caldo olimpico, e bisognerà restarci per almeno un giorno sano: lavarsi, mangiare, lavarsi, mangiare. È scesa a comprare le Diana rosse da venti. Ha contattato i pochi fuori sede che conosce rimasti nell’urbe. Si è concessa il lusso di un piatto di pasta a sera, con annessa minerale: 10 euro, obolo santo per oliare un’economia stagnante.
Ha riposato, finalmente. Stamattina, appena sveglia, ha composto il numero. La voce femminile le ha detto che l’appuntamento era da considerarsi slittato al 20. C. ha un appuntamento non derogabile domenica sera e trentatré euro in tasca, buoni per accaparrarsi un biglietto d’Eurostar. Chiede spiegazioni. Non ne ottiene. Cosa vuoi pretendere, cocca. Già è tanto se t’abbiamo presa in considerazione. Se t’abbiamo dato il brivido dell'occupazione. Il mercato del lavoro è un reality, lo sai o no? E se tu non hai la pazienza di subire il fuoco lento dei bollitori di maestranze, non fai altro che autonominarti. Ti elimini. Il pubblico farà a meno di te e ci faciliti pure il compito.
C. ha fatto appena a tempo a commentare che “non è corretto”.
Ma a chi vuoi che freghi, la correttezza.
Adesso C. è un puntino umano immerso nell’alveare della stazione Termini. I biglietti dell’Eurostar delle 13:38 sono esauriti. Ci sono solo biglietti per quello delle 15 e passa. Non ci sono musei aperti e fa caldo. Il sol pensiero dell’attesa snerva.
Se dovesse esplodere una bomba nell’atrio, probabilmente il suo nome e cognome finirebbero nell’elenco degli eroi nazionali. Ma se questo non dovesse accadere, sono sicuro che sul treno gradirà la compagnia del poeta Tonino Guerra che avrà modo di spiegarle, per filo e per segno, perché l’ottimismo è il profumo della vita.
Etichette:
foggia,
precariato
martedì 9 ottobre 2007
Contro la precarietà delle nostre vite, Riaccendiamo il conflitto
Ci sentiamo in obbligo di rassicurare un po’ di persone. Premier e ministri del lavoro di destra o progressisti con giudizio, analisti finanziari e direttori di centri studi economici, governatori di banche e giornalisti di Sole 24 Ore o Corriere della Sera, intellettuali liberal già marxisti e predicatori del darwinismo sociale, cinici confindustriali o sindacalisti coscienziosi.
Noi, alla nostra condizione di precarietà, non ci rassegneremo mai.
Mettetevelo bene in testa una volta per sempre. Non ci stiamo ad offrire le nostre vite a vantaggio esclusivo dell’arricchimento e del benessere delle classi dominanti. Non saremo noi a pagare il risanamento dei conti pubblici o di imprese sull’orlo del fallimento. Non offriremo il nostro fiato ad un capitalismo moribondo, assistito e parassita, dedito alla finaziarizzazione dell’economia e ai giochi speculativi consumati sulla pelle di milioni di uomini e donne, senza alcun obiettivo di crescita sociale.
Non è solo questione di flessibilità o Legge 30. Oggi la precarietà segna non solo il lavoro ma per intero le nostre vite, di occupati e disoccupati, di nativi e migranti. Per queste ragioni non ci interessa alcuna forma negoziale, nessun tampone legislativo messo alla buona da chi ha aperto il baratro lungo il quale siamo costretti a camminare. Né ci interessa la tutela di chi ad ogni rivendicazione o aumento salariale ha ceduto sul piano della flessibilità e della precarietà, che da optional è diventata unica forma possibile di impiego.
Siamo stanchi di essere considerati un mero dato statistico, forza-lavoro oltremodo flessibile, che accetta – soprattutto se è giovane o immigrata – di lavorare per salari minimi o anche gratis, nella speranza di una futura assunzione; o di lavorare solo quando il suo “datore di lavoro” ne ha effettivamente bisogno; di poter essere licenziata da un momento all’altro; che si rassegna alla pratica del lavoro interinale e dei salari regionalmente differenziati; di condizioni di sicurezza, igiene, orari sotto lo standard legale. Nessuna strada di liberazione arriva nemmeno dal lavoro autonomo, dove il popolo delle partite Iva si autoimpone livelli di sfruttamento che mai accetterebbe all’esterno.
Dietro le parole flessibilità e precariato si celano vite in carne e ossa, sofferenze e dignità offese, ricatti e sfruttamento. Nella società che ha eretto a proprio Dio il lavoro, il lavoro sta diventando raro come l’aria respirabile nelle città. I figli di, poche elité che hanno accesso ai sempre più costosi network del sapere, gli immancabili raccomandati. Per essi la strada è spianata. Gli altri non potranno mai aspirare ad un posto al sole e finiranno ai margini della società, con un’unica funzione, quella dell’esempio deterrente. Il fine, come da regola base del capitalismo, è mettere gli esclusi davanti all’alternativa: lavorare a qualsiasi condizione o morire di fame. Accettare il ricatto pena l’apartheid sociale, il marchio di “fallito”. Una costrizione silenziosa che prova a spegnere ogni focolaio di conflitto o di resistenza. Perché ad occuparsi degli esclusi della magnifica e progressiva società del lavoro, di questa “immondizia umana”, è chiamata la polizia.
La distruzione delle tutele sociali, del welfare statale, la restrizione nell’accesso ai diritti minimi di cittadinanza –la casa, l’istruzione, il sapere – non fa altro che gettare buona parte degli esclusi e non solo nella barbarie di una concorrenza cannibalizzata che allontana da ogni prospettiva di emancipazione, di libertà.
Tecniche di dominazione sociale alle quali ribellarsi non solo giusto è ma necessario.
Quel che ci interessa è soffiare sul fuoco di pratiche alternative e conflittuali. Ci interessa che dal divario tra i pochi ricchi e i sempre più poveri possano rinascere la lotta. Ci interessa che la lotta non finisca strumentalmente imbrigliata, depotenziata, delegittimata. Vogliamo che a pagare i costi della Crisi sia il padronato, chi ha vissuto di rendite di posizione in tutti questi anni.
Vogliamo reddito per tutti, lavoro o non lavoro. Vogliamo il diritto all’abitare e al canone sociale. L’adeguamento di salari e stipendi al costo reale della vita. Vogliamo la tassazione delle rendite finanziarie. Vogliamo la tutela della salute e la libera e gratuita circolazione dei saperi, contro ogni forma di aziendalizzazione di scuole e università. Vogliamo un forte potenziamento delle politiche sociali, la cancellazione della Legge 30 e anche del Pacchetto Treu, la chiusura dei Cpt, il diritto di asilo per i migranti.
Chi pensate potrà venire incontro a queste richieste? La risposta ce la diamo da soli: nessuno. Occorre allora rispolverare vecchie parole d’ordine, per una nuova lotta di classe. Senza guardare in faccia a chicchessia. Come occupati precari o flessibili, disoccupati, studenti, lavoratori a nero, rilanciamo l’unica strada possibile, l’autorganizzazione. Per un impegno e una politica che parta dal basso, da ognuno di noi, per un cambio radicale del sistema, senza deleganti e delegati.
Riprendiamoci tutto, a partire dalla nostra dignità.
Noi, alla nostra condizione di precarietà, non ci rassegneremo mai.
Mettetevelo bene in testa una volta per sempre. Non ci stiamo ad offrire le nostre vite a vantaggio esclusivo dell’arricchimento e del benessere delle classi dominanti. Non saremo noi a pagare il risanamento dei conti pubblici o di imprese sull’orlo del fallimento. Non offriremo il nostro fiato ad un capitalismo moribondo, assistito e parassita, dedito alla finaziarizzazione dell’economia e ai giochi speculativi consumati sulla pelle di milioni di uomini e donne, senza alcun obiettivo di crescita sociale.
Non è solo questione di flessibilità o Legge 30. Oggi la precarietà segna non solo il lavoro ma per intero le nostre vite, di occupati e disoccupati, di nativi e migranti. Per queste ragioni non ci interessa alcuna forma negoziale, nessun tampone legislativo messo alla buona da chi ha aperto il baratro lungo il quale siamo costretti a camminare. Né ci interessa la tutela di chi ad ogni rivendicazione o aumento salariale ha ceduto sul piano della flessibilità e della precarietà, che da optional è diventata unica forma possibile di impiego.
Siamo stanchi di essere considerati un mero dato statistico, forza-lavoro oltremodo flessibile, che accetta – soprattutto se è giovane o immigrata – di lavorare per salari minimi o anche gratis, nella speranza di una futura assunzione; o di lavorare solo quando il suo “datore di lavoro” ne ha effettivamente bisogno; di poter essere licenziata da un momento all’altro; che si rassegna alla pratica del lavoro interinale e dei salari regionalmente differenziati; di condizioni di sicurezza, igiene, orari sotto lo standard legale. Nessuna strada di liberazione arriva nemmeno dal lavoro autonomo, dove il popolo delle partite Iva si autoimpone livelli di sfruttamento che mai accetterebbe all’esterno.
Dietro le parole flessibilità e precariato si celano vite in carne e ossa, sofferenze e dignità offese, ricatti e sfruttamento. Nella società che ha eretto a proprio Dio il lavoro, il lavoro sta diventando raro come l’aria respirabile nelle città. I figli di, poche elité che hanno accesso ai sempre più costosi network del sapere, gli immancabili raccomandati. Per essi la strada è spianata. Gli altri non potranno mai aspirare ad un posto al sole e finiranno ai margini della società, con un’unica funzione, quella dell’esempio deterrente. Il fine, come da regola base del capitalismo, è mettere gli esclusi davanti all’alternativa: lavorare a qualsiasi condizione o morire di fame. Accettare il ricatto pena l’apartheid sociale, il marchio di “fallito”. Una costrizione silenziosa che prova a spegnere ogni focolaio di conflitto o di resistenza. Perché ad occuparsi degli esclusi della magnifica e progressiva società del lavoro, di questa “immondizia umana”, è chiamata la polizia.
La distruzione delle tutele sociali, del welfare statale, la restrizione nell’accesso ai diritti minimi di cittadinanza –la casa, l’istruzione, il sapere – non fa altro che gettare buona parte degli esclusi e non solo nella barbarie di una concorrenza cannibalizzata che allontana da ogni prospettiva di emancipazione, di libertà.
Tecniche di dominazione sociale alle quali ribellarsi non solo giusto è ma necessario.
Quel che ci interessa è soffiare sul fuoco di pratiche alternative e conflittuali. Ci interessa che dal divario tra i pochi ricchi e i sempre più poveri possano rinascere la lotta. Ci interessa che la lotta non finisca strumentalmente imbrigliata, depotenziata, delegittimata. Vogliamo che a pagare i costi della Crisi sia il padronato, chi ha vissuto di rendite di posizione in tutti questi anni.
Vogliamo reddito per tutti, lavoro o non lavoro. Vogliamo il diritto all’abitare e al canone sociale. L’adeguamento di salari e stipendi al costo reale della vita. Vogliamo la tassazione delle rendite finanziarie. Vogliamo la tutela della salute e la libera e gratuita circolazione dei saperi, contro ogni forma di aziendalizzazione di scuole e università. Vogliamo un forte potenziamento delle politiche sociali, la cancellazione della Legge 30 e anche del Pacchetto Treu, la chiusura dei Cpt, il diritto di asilo per i migranti.
Chi pensate potrà venire incontro a queste richieste? La risposta ce la diamo da soli: nessuno. Occorre allora rispolverare vecchie parole d’ordine, per una nuova lotta di classe. Senza guardare in faccia a chicchessia. Come occupati precari o flessibili, disoccupati, studenti, lavoratori a nero, rilanciamo l’unica strada possibile, l’autorganizzazione. Per un impegno e una politica che parta dal basso, da ognuno di noi, per un cambio radicale del sistema, senza deleganti e delegati.
Riprendiamoci tutto, a partire dalla nostra dignità.
Iscriviti a:
Post (Atom)